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Flora e fauna nei siti: EMERGENZE E MINACCE

Flora e Fauna nei siti: emergenze e minacce

Pochi chilometri a sud dalla città di Asti, su una porzione della pianura alluvionale in destra idrografica del fiume Tanaro, ci si imbatte nella ZSC Stagni di Belangero, un’area golenale del fiume Tanaro in cui l’attività estrattiva passata ha dato origine ad un mosaico di specchi d’acqua che col tempo sono stati parzialmente rinaturalizzati dalla vegetazione, formando piccole zone umide che ospitano una discreta biodiversità faunistica e vegetale. Gli habitat caratterizzanti sono dunque i laghi eutrofici naturali con vegetazione del Magnopotamion o Hydrocharition (3150) e la vegetazione riparia erbacea e arbustiva di greto dei fiumi e dei torrenti (3240, 3270) con lembi di boschi alluvionali di ontano nero e salice bianco, eventualmente con pioppi (91E0*) intervallati da prati stabili da sfalcio di bassa quota (6510). Nella lettiera, nei muschi e sugli steli della vegetazione palustre degli ambienti prativi e ripariali, delle paludi, delle torbiere, dei laghi, è possibile osservare, con un po’ di fortuna, Vertigo moulinsiana (gasteropode di interesse comunitario che richiede la designazione di zone speciali di conservazione) che in Italia risulta nota in poche regioni: Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Calabria e Sardegna (a dispetto comunque dell’ampia distribuzione la specie risulta molto rara e localizzata). Il sito è anche un’importante stazione (una delle poche in ambiente naturale) di pelobate fosco (Pelobates fuscus insubricus), un rospo di medie dimensioni con abitudini fossorie (trascorre cioè gran parte dell’anno interrato in gallerie anche molto profonde, dalle quali emerge solo per nutrirsi e riprodursi); in Italia la specie è presente nelle aree planiziali di Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna e in tutte queste aree ha subito un rilevante declino. Nel sito è presente anche un altro anfibio in Allegato II della direttiva Habitat: il tritone crestato italiano (Triturus carnifex) minacciato dalla perdita di habitat riproduttivo dovuta all’intensificazione dell’agricoltura, dall’inquinamento agro-chimico, dall’introduzione di pesci predatori e di specie alloctone quale il gambero della Louisiana Procambarus clarkii. Lungo il tragitto, prestando un po’ di attenzione, è possibile osservare la licena delle paludi (Lycaena dispar), una farfalla che ha subito un forte declino nelle aree umide semi-naturali dalle quali dipende e sopravvive nelle aree risicole, anche se, in molti casi, la risaia costituisce una trappola ecologica a causa dei pesticidi e del diserbo degli argini.

Nel percorso verso Ovada si passa nelle vicinanze della ZSC Rocchetta Tanaro (IT 1170001), dossi collinari (sabbie di Asti) con modesti dislivelli rispetto agli impluvi, con notevoli differenziazioni microclimatiche. La vegetazione prevalente è rappresentata dal bosco di roveri, a cerro e roverella (9160), relativamente poco alterato ed unico in tutta la vasta area del Monferrato (Astigiano) occupata dalle sabbie di Asti; sono presenti boschi di Castanea sativa (9260) e boschi alluvionali di ontano nero, ontano bianco e salice bianco, eventualmente con pioppi (91E0). L’ambiente forestale si alterna ai prati stabili da sfalcio di bassa quota (6510), risorgive, fontanili, ruscelli, fossi e canali a lento corso con vegetazione acquatica (3260) e praterie secche su calcare a Bromus erectus (6210). Si rilevano stazioni, a quote molto basse, di faggio. L’area è caratterizzata dalla presenza di un ecosistema naturale nell’ambito di una zona a forte impatto agricolo. Sono presenti numerose specie entomologiche tipiche di lettiera tra cui il coleottero cerambicide Aporopion costatum (Fhr). E’ la stazione più settentrionale del coleottero cerambicide Drymochares truquii. Tra i coleotteri si segnala anche la presenza del cerambice della quercia (Cerambyx cerdo – All. II e IV) e del cervo volante (Lucanus cervus – All. II), entrambi legati alla presenza di grandi querce. Tra gli invertebrati, infine, merita attenzione il gambero di fiume (Austropotamobius pallipes) specie considerata in pericolo a causa della presenza di Crostacei esotici (cioè non autoctoni) introdotti dalle attività umane (in particolare sfuggiti ad allevamenti. Tali specie in particolare sono: Procambarus clarkii, Orconectes limosus di origine americana e Astacus leptodactylus di origine turco-asiatica. La più pericolosa è la prima) con cui compete per le risorse oltre all’introduzione, da parte di questi ultimi, di malattie sconosciute alla specie autoctona e quindi molto meno tollerate da essa (in particolare con i Gamberi “americani” ha fatto la sua comparsa anche il fungo Aphanomyces astaci che ha causato un’elevata moria nell’Austropotamobius pallipes), dell’inquinamento organico che diminuisce il tenore di ossigeno nelle acque, rendendo impossibile la presenza del gambero, dell’inquinamento inorganico dovuto principalmente ai metalli pesanti contenuti negli anticrittogamici (la sottospecie italiana Austropotamobius pallipes italicus è a forte rischio di estinzione ed in molte zone non è più stata rintracciata. Ai fattori sopra elencati, si aggiunge quindi un pericoloso frazionamento dell’areale e delle popolazioni che potrebbe portare ad un indebolimento genetico e ad una rapida estinzione in Italia. La loro presenza è un indicatore molto attendibile della salubrità e integrità dell’ambiente). Gli anfibi sono rappresentati dal tritone crestato italiano (Triturus carnifex) minacciato dalla perdita di habitat riproduttivo dovuta all’ intensificazione dell’agricoltura, dall’inquinamento agro-chimico, dall’introduzione di pesci predatori e di specie alloctone quale il gambero della Louisiana Procambarus clarkii. Il sito è anche stazione isolata di Sorbus domestica.

Procedendo verso Ovada si può raggiungere la ZSC “Torrente Orba” (IT1180002), un crocevia fitogeografico, al margine tra regioni continentali e mediterranee: nel raggio di pochi metri si possono trovare tipologie vegetazionali assai differenti, da formazioni pioniere xerofile a impronta sub-mediterranea a formazioni mesofile o igrofile con presenza di specie floristiche rare; è inoltre caratterizzato da un piccolo bosco golenale sulla sponda destra del torrente Orba, con dominanza di robinia, accompagnata a farnia, acero campestre, ciliegio selvatico. L’Orba è un importante torrente della Liguria e del Piemonte lungo 68 km, principale affluente di destra del fiume Bormida. Il sito è occupato prevalentemente da foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior (Alno-Padion, Alnion incanae, Salicion albae – 91E0*) ed è caratterizzato dalla presenza di boschi di Castanea sativa  (9260) e foreste miste riparie dei grandi fiumi a Quercus robur, Ulmus laevis e Ulmus minor, Fraxinus excelsior o Fraxinus angustifolia (Ulmenion minoris – 91F0). Ai boschi si alternano formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su substrato calcareo (Festuco Brometalia) nei quali si possono osservare stupende fioriture di orchidee (6210*) e praterie umide di bordo ad alte erbe (6430). Lungo il corso del torrente si possono osservare gli ambienti tipici dei fiumi alpini con vegetazione riparia erbacea (3220) e legnosa a Salix eleagnos (3240), dei fiumi mediterranei a flusso permanente con Glaucium flavum (3250) e dei fiumi con argini melmosi con vegetazione del Chenopodion rubri epp. e Bidention pp. (3270). Negli ambienti acquatici vivono il barbo italico, o barbo padano (Barbus plebejus), la savetta (Chondrostoma soetta), il cobite italiano (Cobitis bilineata), la lasca o striscia (Protochondrostoma genei) e il vairone (Telestes muticellus), pesci d’acqua dolce diffusi nell’Italia settentrionale; sono minacciati dal degrado degli ambienti fluviali ed in particolare della compromissione della qualità delle acque e delle alterazioni degli alvei e dei substrati, dall’introduzione di specie alloctone più aggressive, che competono per il cibo e che si cibano degli avannotti, nonché dagli sbarramenti dei corsi d’acqua dovuti a dighe che impediscono le migrazioni riproduttive. Tra gli insetti si possono osservare la libellula smeralda di fiume (Oxygastra curtisii) minacciata da inquinamento delle acque, presenza di specie esotiche (e.g. Procambarus clarkii), taglio degli alberi, pulizia delle sponde, captazione delle acque e consolidamento delle sponde. Nel sito sono segnalate numerose specie di uccelli (circa 170 di cui 23 in All. I della Direttiva Uccelli) e il sito rappresenta un’importante garzaia.

Nel tragitto verso Tortona si può attraversare la ZSC Greto dello Scrivia (IT1180004) diventato Sito di Interesse Comunitario perché costituisce una delle aree piemontesi di maggior valore ornitologico, tanto da essere proposto anche come Zona di Protezione Speciale per l’avifauna, in particolar modo per la sua importanza quale area di sosta durante la migrazione e per la presenza al suo interno di specie nidificanti rare sul resto del territorio regionale. Qui sono segnalate, infatti, oltre 170 specie, di cui 24 elencate nell’All. I della Direttiva Uccelli. Il Greto dello Scrivia è una delle aree regionali di maggior interesse naturalistico per la presenza di una notevole ricchezza specifica e biocenotica animale e vegetale; ciò è riconducibile alle condizioni di elevata naturalità dell’ampio alveo fluviale, alla sua vicinanza ai rilievi dell’Appennino, ma anche al clima caldo e secco che risente di influenze mediterranee. L’area è probabilmente il miglior esempio, per stato di naturalità ed estensione territoriale, di ambiente fluviale conservatosi in Piemonte, essendo sfuggito quasi completamente alla generalizzata artificializzazione dei corsi d’acqua, causa principale della distruzione degli habitat fluviali e perifluviali. Sono segnalati diversi elementi d’interesse maggiormente coerenti con le finalità istitutive della Rete Natura 2000, ovvero ambienti d’interesse comunitario, di cui due prioritari. Questi ultimi sono i boschi alluvionali di ontano nero (Alnus glutinosa), pioppo nero (Populus nigra) e salice bianco (Salix alba) (91E0) e i pratelli aridi di greto ricchi di orchidee (6210), che ricoprono i terrazzi adiacenti all’alveo fluviale attuale e formano tappeti erbosi discontinui inframmezzati con sparsi arbusteti. Infine, ma non per ordine di importanza, si ricorda la vegetazione dei banchi sabbiosi (3270), composta da cenosi pioniere, annuali e nitrofile, fortemente legate alla dinamica fluviale, la vegetazione erbacea di greto a Glaucium flavum (3250), le formazioni riparie a Salix eleagnos e Salix purpurea (3240), che sono le prime formazioni legnose a colonizzare le aree golenali, i prati stabili da sfalcio (6510) e le formazioni legate agli ambienti acquatici stagnanti (3140 e 3150). La diversità biologica dello Scrivia è rappresentata anche dalla flora, arricchita dalla presenza di elementi termofili a gravitazione mediterranea. Sono presenti specie endemiche italiane, come la composita fiordaliso cicalino (Centaurea deusta), specie xerofila qui al limite nordoccidentale dell’areale, specie rare e subendemiche come la campanula italiana o scilla italiana (Scilla italica = Hyacinthoides italica), presente in Italia unicamente in Liguria e Piemonte meridionale. Si trovano solo qui, a livello provinciale, specie ad areale mediterraneo come la dragontea o erba serpentaria (Dracunculus vulgaris), rara in Italia, e la papaveracea papavero giallo (Glaucium flavum), rarissima in Piemonte, che vegeta sui greti. Altre specie interessanti sono le orchidee, qui segnalate con sette specie (non tutte ritrovate recentemente), tra cui la vesparia o fior di vespa (Ophrys apifera), il fior bombo (O. fuciflora), l’orchidea cimicina (Orchis coriophora) e l’Orchide purpurea o Orchide maggiore (O. purpurea), e la scrofulariacea bocca di leone (Antirrhinum latifolium), rara in Piemonte e in Liguria; infine è stata in passato segnalata l’asteracea cardo-pallottola maggiore (Echinops sphaerocephalus) inclusa nell’elenco delle specie a protezione assoluta ai sensi della legge regionale 32/82, non più rinvenuta recentemente. Dal punto di vista faunistico il sito è probabilmente una delle aree più ricche in assoluto di tutta la pianura piemontese: nel complesso sono segnalate ben 23 specie elencate negli allegati della Direttiva Habitat e 29 elencate nella Direttiva Uccelli. Tra l’entomofauna spicca la presenza di ben 26 specie di libellule, pari a circa il 40% di quelle segnalate in Piemonte, di cui alcune rare a livello regionale: la scintilla zamperosse (Ceriagrion tenellum), il dragone occhiblu (Aeshna affinis), il cardinale meridionale (Sympetrum meridionale). I macrolepidotteri sono numerosissimi: qui sono segnalate 294 specie, tra le quali 4 di importanza comunitaria: il bombice del prugnolo (Eriogaster catax), la proserpina (Proserpinus Proserpina), la polissena (Zerynthia polyxena) e la maculinea del timo (Maculinea arion). Tra gli altri insetti si ricorda la presenza di due coleotteri, il cerambice della quercia (Cerambyx cerdo, All. II e IV) e il cervo volante (Lucanus cervus, All. II), entrambi legati alla presenza di grandi querce. La specie di maggior interesse tra gli invertebrati è senz’altro il gambero di fiume (Austropotamobius pallipes, All. II).

Il tratto di percorso verso Casale Monferrato corre per gran parte parallelo alla ZPS Fiume Po – tratto vercellese alessandrino (IT1180028) caratterizzata da ambienti di particolare interesse naturalistico che si incontrano in prossimità di bracci morti del fiume caratterizzati da acque stagnanti e boschetti di ontano nero. Il corso del Po rappresenta inoltre un importante corridoio ecologico nell’ambito delle zone pianeggianti della regione, peraltro intensamente coltivate. Presenti 3 garzaie in periodo riproduttivo, colonie di laridi e importanti concentrazioni di anatidi e roost invernali di ardeidi e cormorani. Contiene nei suoi confini: la ZSC Confluenza Po – Sesia – Tanaro (IT1180027), biotopo fluviale che include le confluenze di due dei principali affluenti del Po dove sono presenti, oltre ai corsi d’acqua principali, zone con acque ferme e spesso temporanee, lanche, bracci fluviali secondari, ampi greti e isole fluviali, l’area è caratterizzata dalla vastità delle zone esondabili: greti, greti colonizzati, ecc., si segnala inoltre l’elevata diversità e ricchezza ittica, ornitologica (svernante e migratrice) ed entomologica, sono anche presenti idrofite rare e resti di bosco planiziale; la ZSC Ghiaia Grande (Fiume Po – IT1180005), una pianura alluvionale di origine recente a suoli in genere ciottolosi, con una lanca e boschi ripari, lembi di xerobrometi ad orchidacee caratterizzata anche da un’area di notevole importanza faunistica inclusa fra un antico meandro del Po e la collina del Po nonché la presenza di ricca avifauna nidificante e svernante; il SIC Sponde fluviali di Palazzolo vercellese (IT1120030), un’area di notevole importanza faunistica collocata in un antico meandro del Po, è presente un sistema lanchivo che ospita una ricca e diversificata comunità macrofitica, la pianura alluvionale è di origine recente con suoli prevalentemente ciottolosi, e la presenza di numerose lanche, boschi ripari e lembi di xerobrometi; e la ZSC Isola di Santa Maria (IT1120023), un’importante area lungo le rotte migratorie dell’avifauna, che ospita una garzaia di Airone cinerino e in cui le specie in allegato 4 della Direttiva Habitat hanno areale particolarmente frammentato e sono divenute rare nell’area planiziale, l’ambiente fluviale cha la caratterizza è soggetto prevalentemente a dinamica naturale, caratterizzato da ampio greto ciottoloso con isoloni fluviali e canali e lanche collegati. L’habitat prevalente della ZPS è quello delle foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior (Alno-Padion, Alnion incanae, Salicion albae – 91E0*) seguito da quelli dei fiumi con argini melmosi con vegetazione del Chenopodion rubri epp. e Bidention pp. (3270) e dei fiumi alpini con vegetazione riparia legnosa a Salix eleagnos (3240). Negli ambienti acquatici vivono il barbo italico, o barbo padano (Barbus plebejus), il canino europeo (Barbus meridionalis), la savetta (Chondrostoma soetta), il cobite italiano (Cobitis bilineata), lo scazzone (Cottus gobio), il cobite mascherato (Sabanejewia larvata), il vairone (Telestes muticellus) e la lasca o striscia (Protochondrostoma genei), tutti pesci abbastanza comuni anche in altri siti, mentre meritano particolare attenzione lo storione cobice (Acipenser naccarii) in quanto specie prossima all’estinzione, la sua presenza è confermata in Italia dove sopravvive con una piccola popolazione in una storica area di riproduzione situata alla confluenza dei fiumi Po e Ticino (Kottelat & Frehyof, 2007) e la trota marmorata (Salmo marmoratus) considerata in pericolo critico in quanto la consistenza delle popolazioni native risulta essere minima a causa dell’alterazione di habitat e introduzione della Trota fario negli habitat elettivi di questa specie, con effetti di ibridazione e competizione alimentare, si sospetta un declino nel futuro dell’80%; da segnalare anche la lampreda padana (Lampetra zanandreai), specie minacciata dall’alterazione dell’habitat (alterazioni idromorfologiche) dovuta a canalizzazioni, costruzione di sbarramenti e lavori in alveo, prelievi idrici, inquinamento delle acque (si è stimata una perdita dell’habitat di oltre il 50%) e da pesca illegale, competizione e predazione ad opera di specie introdotte.  Tra gli invertebrati si segnalano il gasteropode d’acqua dolce Anisus vorticulus; il cerambice della quercia (Cerambyx cerdo) e il cervo volante (Lucanus cervus); le libellule gonfo serpentino (Ophiogomphus cecilia) e smeralda di fiume (Oxygastra curtisii), quest’ultima minacciata da inquinamento delle acque, presenza di specie esotiche (e.g. Procambarus clarkii), taglio degli alberi, pulizia delle sponde, captazione delle acque e consolidamento delle sponde; la licena delle paludi (Lycaena dispar), una farfalla che ha subito un forte declino nelle aree umide semi-naturali dalle quali dipende e sopravvive nelle aree risicole.

Lasciata Casale Monferrato si incontra il Bosco della Partecipanza di Trino (ZSC e ZPS IT1120002) un raro relitto, pressoché unico, di foresta planiziale, che ha potuto arrivare fino ai giorni nostri grazie a rigide regole di gestione dei tagli che probabilmente risalgono al Medio Evo: secondo alcune fonti, infatti, le regole furono fissate nel 1202, quando Bonifacio I marchese del Monferrato fece una donazione ai “partecipanti” cioè alle famiglie che partecipavano alla gestione e al reddito del bosco. Attualmente è regolato da un piano di gestione forestale a carattere più conservativo, con una parte riservata all’evoluzione naturale. Si tratta del bosco planiziale più esteso della pianura piemontese, con presenza di tratti paludosi nelle aree più basse, isolato in mezzo ad una vasta area risicola. E’costituito prevalentemente da querce (Querceti di Farnia o rovere subatlantici e dell’Europa centrale del Carpinion betuli -9160; Foreste miste riparie dei grandi fiumi a Quercus robur, Ulmus laevis e Ulmus minor, Fraxinus excelsior o Fraxinus angustifolia –Ulmenion minoris – 91F0; vecchi querceti acidofili delle pianure sabbiose con Quercus robur – 9190) e pioppi (foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior – Alno-Padion, Alnion incanae, Salicion albae – 91E0*) con una consociazione di altre specie estremamente varia, tanto che all’inizio del ‘900 si contavano 428 differenti specie. Nonostante l’odierno parziale indebolimento del bosco, è interessante notare che la robinia non è riuscita a prendere il sopravvento come infestante. La fitta selva che anticamente occupava questa pianura, nel Medio Evo fu ridotta dall’opera di bonifica e venne limitata al rilievo di Montarolo. Ai boschi si alternano praterie magre da fieno a bassa altitudine (Alopecurus pratensis, Sanguisorba officinalis – 6510) ai quali è legata la presenza della farfalla Coenonympha oedippus (specie ristretta ad una porzione della Pianura Padana che rappresenta il limitare sud del suo areale. Le popolazioni legate all’habitat Molinietum soffrono del deterioramento dell’habitat e dell’abbandono delle pratiche agricole in molti prati da sfalcio considerati non abbastanza produttivi che causa un’ulteriore perdita di habitat). Per la fauna questo bosco rappresenta una sorta di isola dove varie specie animali, che non riescono a sopravvivere nell’ambiente circostante pesantemente influenzato dalla monocoltura risicola, possono trovare rifugio. Il bosco ospita, dunque, una ricca e diversificata fauna planiziale ed una delle maggiori garzaie del Piemonte (e d’Italia). Tra le specie osservabili si segnalano il barbastello comune (Barbastella barbastellus), specie in pericolo di estinzione perché la popolazione, molto piccola e frammentata (circa 20 siti segnalati per tutta l’Italia per una specie complessivamente molto rara nelle catture) è legata in modo quasi esclusivo a boschi maturi con abbondanti alberi morti (vista la velocità di scomparsa dei boschi maturi non gestiti, necessari per la riproduzione della specie, si inferisce una velocità di riduzione della popolazione superiore al 50% nelle ultime 3 generazioni – 30 anni). Si segnala anche la presenza del cervo volante (Lucanus cervus) minacciato dalla riduzione e dalla distruzione del suo habitat, in particolare per le pratiche forestali che tendono a eliminare i vecchi tronchi. Emergenze faunistiche del sito osservabili lungo il tragitto sono anche: la licena delle paludi (Lycaena dispar, una farfalla che ha subito un forte declino nelle aree umide semi-naturali dalle quali dipende e sopravvive nelle aree risicole. In molti casi la risaia costituisce una trappola ecologica a causa dei pesticidi e del diserbo degli argini);  il Gonfo serpentino (Ophiogomphus cecilia), una libellula minacciata dalla gestione (dragaggio) dei canali irrigui, dalle opere idrauliche (e.g. captazione) che causano secche nei fiumi in cui vivono le larve, dal taglio di alberi lungo fiumi e canali e dalle attività agricole che comportano l’introduzione di biocidi nei fiumi; il tritone crestato italiano (Triturus carnifex, anfibio minacciato dalla perdita di habitat riproduttivo, dovuta all’ intensificazione dell’agricoltura, all’inquinamento agro-chimico, all’introduzione di pesci predatori e di specie alloctone quale il gambero della Louisiana Procambarus clarkii); la testuggine palustre europea (Emys orbicularis), specie in pericolo di estinzione in quanto ha subito un forte declino in buona parte del territorio nazionale per la drastica riduzione degli habitat idonei (determinata dalle bonifiche effettuate a partire dagli anni ’30 del secolo scorso) nelle ultime tre generazioni (ulteriori minacce che colpiscono la specie sono captazione dell’acqua, frammentazione degli habitat per la costruzione di infrastrutture, scomparsa di ambienti idonei alla riproduzione, inquinamento, specie alloctone, mortalità per il traffico stradale).

In questo tratto di percorso si attraversa anche la Palude di San Genuario e San Silvestro (ZPS e ZSC IT1120029) costituita da specchi d’acqua artificiali, un tempo destinati all’allevamento ittico, in cui sono stati effettuati interventi di ripristino naturalistico, oggi colonizzati da ricca vegetazione erbacea palustre a dominanza di Phragmites e Typha, con presenza Juncus, Carex e Utricularia (Laghi eutrofici naturali con vegetazione del Magnopotamion o Hydrocharition – 3150; Acque oligomesotrofe calcaree con vegetazione bentica di Chara spp. – 3140). Nei dintorni sono presenti alcune ampie aree prative e cenosi arbustive di invasione ad Alnus, Salix e Populus (boschi alluvionali di ontano nero e salice bianco, eventualmente con pioppi – 91E0*), e lembi di querceti di farnia o rovere subatlantici e dell’Europa centrale del Carpinion betuli (9160), il tutto circondato dall’ambiente risicolo. E’ presente inoltre una fitta rete di canali alimentati dalle acque dei fontanili con diffusi popolamenti vegetali a macrofite acquatiche (3260 – Fiumi delle pianure e montani con vegetazione del Ranunculion fluitantis e Callitricho- Batrachion). Nell’area permangono ancora numerose risorgive e lembi di bosco. Sono presenti piante quali Valeriana dioica, Majanthemum bifolium, Asarum aeropaeum, Epimedium alpinum – specie montano subalpine – Sagittaria sagittifolia – specie inclusa in Lista Rossa Nazionale molto diffusa nei canali – Nuphar luteum, Utricularia vulgaris, Osmunda regalis, specie a protezione assoluta in Piemonte. Nell’ambito di un comprensorio caratterizzato dalla monocoltura risicola, il territorio della Palude di San Genuario rappresenta un fattore di biodiversità significativo, ospitando vari habitat di tipo palustre e numerose specie rare ed interessanti, di tra queste si segnalano: la testuggine palustre europea (Emys orbicularis), presente con una delle più vitali popolazioni regionali; Triturus carnifex (anfibio minacciato dalla perdita di habitat riproduttivo, dovuta all’ intensificazione dell’agricoltura, all’inquinamento agro-chimico, all’introduzione di pesci predatori e di specie alloctone quale il gambero della Louisiana Procambarus clarkii); la licena delle paludi (Lycaena dispar, una farfalla che ha subito un forte declino nelle aree umide semi-naturali dalle quali dipende e sopravvive nelle aree risicole. In molti casi la risaia costituisce una trappola ecologica a causa dei pesticidi e del diserbo degli argini). La ZPS riveste un’importanza speciale per la conservazione di popolazioni di specie avifaunistiche legate all’ambiente di canneto, la cui comunità qui si è arricchita e diversificata in seguito all’espansione della vegetazione palustre. Unico sito regionale di svernamento di Acrocephalus melanopogon. Nella ZPS sono segnalate circa 200 specie di uccelli, un numero molto elevato se messo in relazione alla superficie non così estesa rispetto ad altre aree di interesse. Tra le 60 nidificanti certe, 8 sono inserite nell’Allegato I della Direttiva Uccelli. Di notevole rilevanza conservazionistica è la nidificazione di tre specie particolarmente rare a livello regionale e italiano, legate ad ambienti di canneto di una certa estensione: il tarabuso (Botaurus stellaris), specie prioritaria, l’airone rosso (Ardea purpurea), qui presente con l’unica colonia piemontese di una certa consistenza, ed il falco di palude (Circus aeruginosus), di cui qui è stato individuato anche l’unico roost invernale in Piemonte. I canneti sono l’ambiente di nidificazione anche di alcuni silvidi come l’usignolo di fiume (Cettia cettii), il cannareccione (Acrocephalus arundinaceus), la cannaiola verdognola (Acrocephalus palustris), la cannaiola (Acrocephalus scirpaceus), la salciaiola (Locustella luscinioides) ed altri passeriformi come il pendolino (Remiz pendulinus) e il migliarino di palude (Emberiza schoeniclus). Il forapaglie castagnolo (Acrocephalus melanopogon) qui trova l’unico sito regionale noto di svernamento. Numerosi ardeidi (Nycticorax nycticorax, Ardeola ralloides, Ardea cinerea, Egretta garzetta) frequentano la ZPS per ragioni trofiche o come luogo di sosta durante le migrazioni; l’airone bianco maggiore (Ardea alba) è segnalato anche come svernate. Moltissimi sono i limicoli che si alimentano nelle acque basse delle paludi, tra le specie migratrici più frequenti ci sono il cavaliere d’Italia (Himantopus himantopus), il piro piro boschereccio (Tringa glareola), il piro piro cul bianco (Tringa ochropus), il beccaccino (Gallinago gallinago), la pantana (Tringa nebularia), il combattente (Philomacus pugnax) e il chiurlo maggiore (Numenius arquata).

Superata Vercelli ci si imbatte nel sito Lame del Sesia e Isolone di Oldenico (ZPS e ZSC IT1120010), un’oasi naturale in netto contrasto con il paesaggio circostante caratterizzato dalla predominanza della monocoltura a riso. L’ambiente è tipicamente fluviale con lame, meandri, specchi d’acqua, boschi, ghiaie e sabbie. L’aspetto morfologico del territorio è strettamente condizionato dal fiume Sesia, il quale, avendo carattere torrentizio con ampie escursioni tra i periodi di magra e di piena, conferisce all’ambiente un aspetto mutevole e vario. L’habitat prevalente è rappresentato dagli ambienti a vegetazione riparia e di greto a Salix eleagnos dei fiumi alpini (3240); sono presenti anche Querco-carpineti di alta pianura e degli impluvi collinari (9160, 91F0), laghi e stagni eutrofici con vegetazione sommersa e galleggiante (3150), boschi alluvionali di ontano nero, ontano bianco e salice bianco eventualmente con pioppi (91E0), formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su substrato calcareo (Festuco-Brometalia) Bromus erectus (6210) e ambienti con fossi e canali a lento corso con vegetazione acquatica (3260). L’area riveste eccezionale importanza per la riproduzione, la sosta e lo svernamento di numerose specie di uccelli, in particolare uccelli acquatici gregari. E’ importante anche per la fauna forestale, data la scarsità di boschi nella pianura novarese e vercellese, e in particolar modo per la fauna entomologica che qui annovera numerose specie rare e per la presenza di specie vegetali xerofile nei vecchi greti stabilizzati. Si segnala anche la presenza di barbo padano (Barbus plebejus), cobite italiano (Cobitis bilineata), lasca o striscia (Protochondrostoma genei), vairone (Telestes muticellus), pesci d’acqua dolce diffusi nell’Italia settentrionale; sono minacciate dal degrado degli ambienti fluviali ed in particolare della compromissione della qualità delle acque e delle alterazioni degli alvei e dei substrati, dall’introduzione di specie alloctone più aggressive, che competono per il cibo e che si cibano degli avannotti, nonché dagli sbarramenti dei corsi d’acqua dovuti a dighe che impediscono le migrazioni riproduttive. Gli anfibi sono rappresentati dal tritone crestato italiano (Triturus carnifex) minacciato dalla perdita di habitat riproduttivo dovuta all’ intensificazione dell’agricoltura, dall’inquinamento agro-chimico, dall’introduzione di pesci predatori e di specie alloctone quale il gambero della Louisiana Procambarus clarkii. Tra gli insetti si rileva la presenza di due coleotteri, Cerambyx cerdo (All. II e IV) e Lucanus cervus (All. II), entrambi legati alla presenza di grandi querce e di tre lepidotteri, la farfalla Coenonympha oedippus (specie ristretta ad una porzione della Pianura Padana che rappresenta il limitare sud del suo areale. Le popolazioni legate all’habitat Molinietum soffrono del deterioramento dell’habitat e dell’abbandono delle pratiche agricole in molti prati da sfalcio considerati non abbastanza produttivi che causa un’ulteriore perdita di habitat), la falena dell’edera (Euplagia quadripunctaria) e la licena delle paludi (Lycaena dispar, una farfalla che ha subito un forte declino nelle aree umide semi-naturali dalle quali dipende e sopravvive nelle aree risicole. In molti casi la risaia costituisce una trappola ecologica a causa dei pesticidi e del diserbo degli argini). Importante anche la presenza della testuggine palustre europea (Emys orbicularis), specie in pericolo di estinzione in quanto ha subito un forte declino in buona parte del territorio nazionale per la drastica riduzione degli habitat idonei (determinata dalle bonifiche effettuate a partire dagli anni ’30 del secolo scorso) nelle ultime tre generazioni (ulteriori minacce che colpiscono la specie sono captazione dell’acqua, frammentazione degli habitat per la costruzione di infrastrutture, scomparsa di ambienti idonei alla riproduzione, inquinamento, specie alloctone, mortalità per il traffico stradale).

Nelle vicinanze del sito Lame del Sesia e Isolone di Oldenico sono presenti anche Stazioni di Isoetes malinverniana (SIC IT1120026), l’unica felce endemica della Flora Italiana, che fu scoperta nel Vercellese, nel territorio dei comuni di Greggio ed Oldenico. Anche in Italia, inoltre, ha una diffusione molto limitata, essendo presente solo in Piemonte e Lombardia. Il sito include la maggior parte delle stazioni attuali di presenza della rara felce acquatica endemica padana che dà il nome al sito. La specie vegeta sia in ambienti di acqua corrente, come rogge e canali, sia in ambienti di acque più tranquille, come stagni e piccole zone umide. Negli ultimi decenni è stata registrata una significativa contrazione della specie ed è per questo considerata “Criticamente minacciata” nella Lista Rossa italiana e Globale. Il sito è stato collocato nell’alta pianura novarese e vercellese dove l’uso del suolo, la tessitura prevalentemente argillosa, è destinato in maggioranza alla coltivazione risicola. Il sito è finalizzato a tutelare in primis Isoetes malinverniana, specie che vegeta in fontanili, canali e rogge di alimentazione delle risaie dove si associa ad altre specie tipiche dell’habitat 3260. Alcune aree umide che si sviluppano sui suoli argillosi ospitano altre specie rare tutelate dalla Direttiva Habitat quali Eleocharis carniolica, Marsilea quadrifolia, Lindernia procumbens. La vegetazione prevalente è rappresentata dall’habitat 3130 – Acque stagnanti, da oligotrofe a mesotrofe, con vegetazione dei Littorelletea uniflorae e/o degli Isoëto-Nanojuncetea, sono anche presenti gli habitat 4030 – Lande secche europee e 3110 – Acque oligotrofe a bassissimo contenuto minerale delle pianure sabbiose (Littorelletalia uniflorae). Il SIC comprende anche il sito detto “baraggione di Villarboit” che ospita vegetazione di brughiera (habitat 4230) e altre specie rare e minacciate tipiche di ambienti umidi. La forte pressione delle attività agricole estensive ed in particolare la risicoltura , può compromettere nel breve periodo la conservazione di specie e habitat quando non mitigata dall’adozione di misure di conservazione adeguate.

Il percorso si conclude a Novara in corrispondenza del sito Valle del Ticino (IT1150001) ampia valle fluviale con presenza di boschi ripariali, ampi greti e differenti ambienti acquatici ben conservati sia di acque correnti che stagnanti. Buona qualità, in genere, delle acque del fiume, di elevata valenza come corridoio ecologico. Presenza di lanche con interessante flora idrofila e ricchi popolamenti avifaunistici. Greti a vegetazione xerofila con alcune specie rare e lembi discretamente conservati di bosco planiziale con partecipazione, sui terrazzi, di cerro e orniello. Discesa a quote planiziali di specie montane. Il sito è dunque caratterizzato da differenti ecosistemi che comprendono una fitta area ricca di boschi, prati, brughiere e una zona umida rappresentata dal fiume, dalle lanche e dalle risorgive. La maggior parte del territorio è occupata da boschi ricchi di latifoglie (9160 – Querceti di farnia o rovere subatlantici e dell’Europa centrale del Carpinion betuli; 91E0 – Foreste alluvionali di Alnus glutinosa e Fraxinus excelsior -Alno-Padion, Alnion incanae, Salicion albae; 91F0 – Foreste miste riparie dei grandi fiumi a Quercus robur, Ulmus laevis e Ulmus minor, Fraxinus excelsior o Fraxinus angustifolia –Ulmenion minoris; 9260 – Boschi di Castanea sativa e 3240 – Formazioni riparie a Salix eleagnos e Salix purpurea). Questi si estendono dal nord della vallata verso sud, alternandosi alle coltivazioni e ai prati (6510 -Praterie magre da fieno a bassa altitudine – Alopecurus pratensis, Sanguisorba officinalis; 6430: Bordure planiziali, montane e alpine di megaforbie idrofile e 6210 – Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su substrato calcareo – Festuco-Brometalia – Bromus erectus; e 4030 – Lande secche europee) posti nella zona meridionale del parco. Sono presenti anche habitat di fiumi con argini melmosi con vegetazione del Chenopodion rubri epp. e Bidention pp. (3270) e fiumi delle pianure e montani con vegetazione del Ranunculion fluitantis e Callitricho- Batrachion (3260). I rigogliosi boschi della zona sono composti da diverse piante, tra le quali: olmi, pioppi, querce, farnie. Nel sottobosco, invece, è possibile trovare noccioli, prugnoli e biancospini. Tra le fioriture erbacee che si sviluppano all’interno dei boschi, lungo i prati e le brughiere, è possibile annoverare: il dente di cane, la scilla, la pervinca e la primula. Le ninfee, i nanuferi e le tife costituiscono invece la tipica vegetazione acquatica dell’area. E’ anche presente una delle erpeto-cenosi più complete del Piemonte. Come emergenze faunistiche si segnalano lo storione cobice (Acipenser naccarii) in quanto specie prossima all’estinzione, la sua presenza è confermata in Italia dove sopravvive con una piccola popolazione in una storica area di riproduzione situata alla confluenza dei fiumi Po e Ticino (Kottelat & Frehyof, 2007); la lampreda padana (Lampetra zanandreai), specie minacciata dall’alterazione dell’habitat (alterazioni idromorfologiche) dovuta a canalizzazioni, costruzione di sbarramenti e lavori in alveo, prelievi idrici, inquinamento delle acque (si è stimata una perdita dell’habitat di oltre il 50%) e da pesca illegale, competizione e predazione ad opera di specie introdotte; il pigo (Rutilus pigus) specie in pericolo sulla base di una riduzione della popolazione del 50% in 3 generazioni (15 anni), a causa del declino nella qualità dell’habitat e alla predazione e competizione con specie alloctone, la sua distribuzione inoltre è severamente frammentata, ulteriore minaccia è l’inquinamento genetico dovuto all’introduzione di individui provenienti da popolazioni alloctone; la trota marmorata (Salmo marmoratus) considerata in pericolo critico in quanto la consistenza delle popolazioni native risulta essere minima a causa dell’alterazione di habitat e introduzione della Trota fario negli habitat elettivi di questa specie, con effetti di ibridazione e competizione alimentare, si sospetta un declino nel futuro dell’80%; il gambero di fiume (Austropotamobius pallipes) specie considerata in pericolo a causa della presenza di Crostacei esotici (cioè non autoctoni) introdotti dalle attività umane (in particolare sfuggiti ad allevamenti. Tali specie in particolare sono: Procambarus clarkii, Orconectes limosus di origine americana e Astacus leptodactylus di origine turco-asiatica. La più pericolosa è la prima) con cui compete per le risorse oltre all’introduzione, da parte di questi ultimi, di malattie sconosciute alla specie autoctona e quindi molto meno tollerate da essa (in particolare con i Gamberi “americani” ha fatto la sua comparsa anche il fungo Aphanomyces astaci che ha causato un’elevata moria nell’Austropotamobius pallipes), dell’inquinamento organico che diminuisce il tenore di ossigeno nelle acque, rendendo impossibile la presenza del gambero, dell’inquinamento inorganico dovuto principalmente ai metalli pesanti contenuti negli anticrittogamici (la sottospecie italiana Austropotamobius pallipes italicus è a forte rischio di estinzione ed in molte zone non è più stata rintracciata. Ai fattori sopra elencati, si aggiunge quindi un pericoloso frazionamento dell’areale e delle popolazioni che potrebbe portare ad un indebolimento genetico e ad una rapida estinzione in Italia. La loro presenza è un indicatore molto attendibile della salubrità e integrità dell’ambiente). Tra la fauna ittica sono presenti, inoltre, il canino europeo (Barbus meridionalis), il barbo italico, o barbo padano (Barbus plebejus), la savetta (Chondrostoma soetta), il cobite italiano (Cobitis bilineata), lo scazzone (Cottus gobio), la lasca o striscia (Protochondrostoma genei) e il cobite mascherato (Sabanejewia larvata) e il vairone (Telestes muticellus), pesci d’acqua dolce diffusi nell’Italia settentrionale; sono minacciate dal degrado degli ambienti fluviali ed in particolare della compromissione della qualità delle acque e delle alterazioni degli alvei e dei substrati, dall’introduzione di specie alloctone più aggressive, che competono per il cibo e che si cibano degli avannotti, nonché dagli sbarramenti dei corsi d’acqua dovuti a dighe che impediscono le migrazioni riproduttive. Nella lettiera, nei muschi e sugli steli della vegetazione palustre degli ambienti prativi e ripariali, delle paludi, delle torbiere, dei laghi, è possibile osservare, con un po’ di fortuna, Vertigo moulinsiana (gasteropode di interesse comunitario che richiede la designazione di zone speciali di conservazione) che in Italia risulta nota in poche regioni: Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Calabria e Sardegna (a dispetto comunque dell’ampia distribuzione la specie risulta molto rara e localizzata). Il sito è anche un’importante stazione di pelobate fosco (Pelobates fuscus insubricus), un rospo di medie dimensioni con abitudini fossorie (per questo anche chiamato “Rospo della vanga”), trascorre cioè gran parte dell’anno interrato in gallerie anche molto profonde, dalle quali emerge solo per nutrirsi e riprodursi; si tratta di un piccolo anuro, dalla colorazione variabile e dal caratteristico odore di aglio; è una specie particolarmente rilevante, essendo uno degli Anfibi italiani più rari; la specie è endemica della Pianura Padana; in Italia la specie è presente nelle aree planiziali di Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna, in tutte queste aree ha subito un rilevante declino; questo anfibio è considerato in Pericolo (EN) dalla Lista Rossa della IUCN e risulta come specie prioritaria della Direttiva Habitat. Sono presenti anche altri anfibi quali: la rana di lataste (Rana latastei) minacciata dalla scomparsa degli ultimi boschi planiziali golenali, dall’introduzione di gamberi alloctoni e pesci predatori (Ficetola et al., 2011), dalla distruzione degli habitat riproduttivi a causa delle alluvioni e i lavori post-alluvione, dall’abbassamento del livello delle acque e dall’inquinamento (Bologna & La Pasta, 2004, F. Barbieri & S. Mazzotti in Sindaco et al., 2006) e il tritone crestato italiano (Triturus carnifex), minacciato dalla perdita di habitat riproduttivo, dovuta all’ intensificazione dell’agricoltura, all’inquinamento agro-chimico, all’introduzione di pesci predatori e di specie alloctone quale il gambero della Louisiana Procambarus clarkii). Tra gli insetti si possono osservare le libellule smeralda di fiume (Oxygastra curtisii) minacciata da inquinamento delle acque, presenza di specie esotiche (e.g. Procambarus clarkii), taglio degli alberi, pulizia delle sponde, captazione delle acque e consolidamento delle sponde e gonfo serpentino (Ophiogomphus cecilia), la farfalla licena delle paludi (Lycaena dispar, una farfalla che ha subito un forte declino nelle aree umide semi-naturali dalle quali dipende e sopravvive nelle aree risicole. In molti casi la risaia costituisce una trappola ecologica a causa dei pesticidi e del diserbo degli argini); il coleottero Lucanus cervus, legato alla presenza di grandi querce e minacciato dalla riduzione e dalla distruzione del suo habitat, in particolare per le pratiche forestali che tendono a eliminare i vecchi tronchi.